INTERVISTA A SERENA GRAMIZZI, PRODUTTRICE DI "THE BLACK SHEEP"


La genesi di un film Durante la quarta edizione trevigiana del Sole Luna Doc Film Festival abbiamo potuto dialogare con Serena Gramizzi, produttrice della Bo Film che dal 2007 lavora assieme ad Antonio Martino, regista di The Black Sheep, l’intenso e appassionato documentario in concorso nella sezione “Human Rights”, film che racconta la storia di Ausman, un giovane berbero tormentato da un conflitto interiore. “Per me è un onore fare il documentario perché mi permette di vivere più vite”: con queste parole la Gramizzi fa intendere quanta passione e amore c’è in ciò che fa.

Quale è la genesi di un film come The Black Sheep? Io e Antonio abbiamo fatto tanti film insieme inizialmente autoprodotti e uno su commissione, quando è fallito il produttore abbiamo deciso di fondare una società nostra. Così nel 2013 è nata la Bo Film. Nello stesso anno Antonio è andato in Libia a fare un workshop per giovani giornalisti organizzato dal Ministero degli esteri italiano e dal Ministero della cultura libica che aveva chiesto a Nancy Porsia, una giornalista, corrispondente di vari giornali europei, di fare questa formazione. Lei avrebbe parlato di giornalismo e Antonio di filmmaking. Mentre è lì, capisce che bisogna investigare sulla condizione di questi giovani. C’erano tanti uomini quante donne in quel corso ma era evidente che c’era una differenza incredibile tra la gestione di un sesso rispetto all’altro. C’era un cortocircuito, da una parte si diceva ad una ragazza, “Vai, trova le notizie, filmati e filma”, dall’altra, non poteva prendere l’ascensore con il suo compagno di corso. Antonio torna a casa e mi dice: “Voglio assolutamente fare un film sulla gioventù libica”. Nel 2009 con l’aiuto di un mecenate avevamo fatto un cortometraggio in Uzbekistan (Be Water, My Friend), girato da Antonio che però era tornato con poco materiale. Grazie al corto realizzato abbiamo girato novanta festival, vinto premi in danaro e siamo riusciti a restituire i soldi al mecenate che voleva lavorare nuovamente con noi, ma avevamo altri fondi. Nel caso di The Black Sheep l’abbiamo contattato nuovamente perché il suo aiuto era necessario: fare un film in Libia su questo argomento sarebbe stato difficilissimo, lo sapevamo, ma noi avevamo l’urgenza di raccontare quello che stava accadendo lì, in quel momento. Questa persona ha coperto le spese vive. Nel frattempo noi siamo stati selezionati a mercati e pitching forum che erano molto interessati al film pur temendo che non saremmo riusciti nell’impresa, e avrebbero aspettato di vederlo. Io mi fido molto di Antonio, lui riesce a prevedere quel che sta per succedere, prima che diventi plateale, tanto che spesso ci viene detto che i nostri film non sono veri. Era successo quando ha realizzato il film su Capo Rizzuto nel 2009 e quest’anno è stato chiuso e sono state arrestate 68 persone. Io so che ci sono certe cose che Antonio sente e quindi ho deciso di sostenerlo in questo progetto che poi è diventato The Black Sheep. Antonio, seguito da Nancy in Libia, tra i ragazzi del workshop ha cercato qualcuno da filmare ma nessuno ha accettato, grazie a lei che lavora con la comunità berbera ha conosciuto Ausman, l’unico pronto a parlare. È la persona giusta sia perché conosce le dinamiche occidentali avendo studiato in America, sia perché sta vivendo un conflitto interiore molto forte. Tutti gli dicevano rimani e continua a lottare, in Antonio ha trovato un interlocutore neutro. Per noi non c’era una scelta giusta, era la sua scelta. Il film poi è diventato qualcos’altro, un film sulla gioventù libica, sulla libertà di parola e di fede nel mondo islamico e sull’ipocrisia che c’è in questo mondo. Ipocrisia che Ausman, persona molto coerente, non riesce a comprendere. O meglio la comprende ma non la condivide. Ausman è una figura forte, carismatica che crea un legame con il pubblico empatizzando con lui fin da subito, forse perché la sensazione mentre si guarda The Black Sheep è quella di entrare a poco a poco nella vita e nella testa di Ausman e l’occhio cinematografico segue questo percorso. Sicuramente Antonio all’inizio stava più lontano perché doveva conoscere e capire Ausman, poi ha iniziato ad avvicinarsi, prevedeva certi suoi movimenti. La conoscenza è diventata anche fisica e contemporaneamente Ausman ha incominciato ad avere fiducia di Antonio. Lui ha realizzato un film a specchio e uno ha ritrovato nell’altro la stessa ricerca di equilibrio, di verità, quell’inciampare nella realtà. Ausman è una persona rigorosa ed è stato nostro complice, assolutamente cosciente, aveva capito ciò che c’era in ballo fin da subito. Ci ha chiesto se eravamo pazzi a voler fare un film su di lui. Noi gli rispondevamo che avevamo preso una decisione, donargli il nostro diritto di parola che noi non ci meritavamo più di lui. Questo è diventato un patto tacito: tu rischi e noi siamo con te. Quando siamo stati in Finlandia ha voluto vedere il girato di Antonio e ne abbiamo discusso. Certo non ha seguito tutto il film perché sarebbe stata una tortura ma in alcuni snodi per rispetto di lui, della sua storia e della sua cultura, è stata necessaria la sua presenza. Cosa deve fare un documentario per potersi garantire una sopravvivenza? Alla base di un documentario ci vuole fiducia. Quando noi scegliamo un protagonista gli raccontiamo anche chi siamo noi. Ci sembra giusto sottolineare che non è un caso umano, un freak. Per non rompere questa fiducia siamo anche pronti a non fare uscire il film: Ausman ad un certo punto ha avuto paura per la sua famiglia e noi abbiamo deciso di fermarci fino a quando non c’è stato il suo ok. Non ci sentivamo di far uscire il progetto tradendo il protagonista, infatti un documentario deve essere onesto. Dopo l’attacco al Bataclan abbiamo riaperto il film, mostrando le cadute di Ausman proprio perché era importante mostrare questa onestà. Come viene accolto un film complesso come questo in un periodo complicato come questo? Il film diventa sempre più attuale. È stato montato prima dell’attacco al Bataclan e prima che l’occidente scoprisse cosa volasse dire Daesh. È difficile perché al centro ci sono argomenti molto complessi, tabù: parlare di ateismo nella cultura cattolica a oggi è una cosa possibile mentre non lo è per l’islam. Questo crea incomprensioni politiche e strumentalizzazioni, non comprendendo che The Black Sheep è un film contro l’uso distorto delle religioni qualunque esse siano, raccontando la storia di un libico, di una comunità berbera che si pone delle domande. Non siamo riusciti a venderlo ad altre televisioni oltre a Rai 3, ma quando va nei cinema o vince qualche premio o nei Q&A apre sempre dibattiti molto interessanti. È stato accolto molto bene sia al Biografilm Festival sia al Film Festival One World di Praga, uno degli eventi sui diritti umani più importanti d’Europa. L’idea è quella di diffonderlo soprattutto via internet così lo potrà vedere non solo chi non ne ha avuto l’occasione ma anche tutti quelli che potranno riconoscersi in Ausman, guardandolo dalla loro camera senza temere di essere accusati di apostasia. È a loro che il film parla. Quali sono i progetti futuri della Bo Film? Abbiamo in postproduzione l’ultimo film dei Zimmerfrei, collettivo con sede a Bologna e a Bruxelles, i cui membri sono Massimo Carozzi, Anna de Manincor e Anna Rispoli, progetto a cui abbiamo lavorato negli ultimi tre anni. È un film – uscirà all’inizio del prossimo anno, distribuito da I Wonder Pictures di Andrea Romeo – sul CERN di Ginevra, per noi un modello sociale unico al mondo. Il film, una coproduzione italo-franco-belga, ha avuto il sostegno della regione Emilia Romagna e del Ministero con fondi internazionali.


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http://www.mediacritica.it/2017/09/16/intervista-serena-gramizzi-produttrice-the-black-sheep/

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